Francesco Lauretta

Dopo studi tecnici, si trasferisce a Venezia e frequenta l’Accademia di Belle Arti nell’aula di Emilio Vedova. Si diploma nel 1989 presentando la tesi su James Lee Byars, artista americano incontrato a Venezia, che influenzerà le prime opere esposte a Torino, dove si trasferirà nel 1991.

A Torino conosce gli artisti dell’arte povera e inizia a realizzare opere installative.
Comincia ad esporre opere bianche, sculture monumentali che rasentano il minimalismo, e olfattive. Utilizza petali di sapone che deposita su cassetti che destabilizzano elementi riconoscibili d’uso comune quali sofà, altari, porte, pareti, eccetera.
Espone anche lettere e progetti simili a grandi cartoline su pergamene trasparenti. Nel 1992 incomincia a riflettere sulle possibilità della pittura, intorno al suo medium, e realizza la prova di un primo quadro che definisce “fotocoppia”: la copia fedele di una fotocopia, realizzata con colori ad acqua in bianconero, che riproduce lo scolabottiglie di Marcel Duchamp.
Dopo una prima personale presso la galleria Noire, nel 1993 espone una mostra dal titolo Destinazioni in due spazi contemporaneamente: da Noire e nella galleria di Franca Recalcati. Ai mobili destrutturati e olfattivi – due enormi quadri sono esposti sospesi a parete per mezzo di un cassetto contenente i petali di 500 rose nere, che sporge da un taglio nel muro – aggiunge due fotocoppie. Differentemente dalla prima prova, queste sono dipinte su sottili cassetti di legno laccato. Sono le riproduzioni fedeli di due opere note, Il Cristo in scurto del Mantegna e La grande guerra di Magritte, eseguite copiando le fotocopie delle opere originali, mantenendone la stessa grandezza, con colori ad acqua, intervenendo solo come a correggere parti delle opere, ad esempio cancellando le stigmate del Cristo del Mantegna o dipingendo il volto coperto dalla mela dell’omino con bombetta di Magritte. Queste due opere, oggi cancellate (bastava un semplice colpo di spugna per cancellare la fatica di un lavoro pesante quale quello della copia minuziosa della fotocopia) diedero il via alla condizione di pittore che poi scoprì definitivamente nella prima personale di pittura vera e propria dal titolo Valori plastici presso la galleria di Guido Carbone, nel 1999. Nel frattempo aveva esposto nel 1996 da Care of (Milano) 10.000 soldatini gravidi, e aveva chiuso definitivamente il lavoro con le sculture ingombranti ed immacolate dei primi anni di ricerca con una mostra dal titolo Reliquia (Torino), consistente in 200 tavole dipinte, proiettate nello spazio, unte, bruciate, che formano altari tra sacro e profano.

Nel 2003, dopo un breve viaggio nella sua terra d’origine, si definisce pirandellianamente pittore, e da quel momento si approfondisce il tormentato rapporto con questo medium che lo conduce oggi a definirsi un “ingegnere” ponendo l’accento non tanto sulla semplice rappresentazione quanto sulla costruzione. Tra il 2003 e il 2011 espone in numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero e realizza alcuni video grotteschi, vere e proprie riflessioni sui luoghi comuni degli artisti, e sui rapporti marginali tra arte e territorio.
Nel 2007 vince il Premio Agenore Fabbri e si trasferisce a Firenze.
Nel 2010 inizia a scrivere alcune allegorie dal titolo “I racconti funesti” che spiegano l’opera della costruzione – un processo che da quel momento lo assorbe totalmente – col disegno (gli spolveri), con la pittura, con la scrittura, il video, la performance.
Oggi, atleta, fa esercizi di equilibrio.